Una ferrovia in mezzo al nulla, da Igarka a Salekhard, Siberia quella vera, quella dei gulag. Più di mille km di binari, molti abbandonati da sessant’anni.
Una ferrovia in mezzo al nulla, da Igarka a Salekhard, Siberia quella vera, quella dei gulag. Più di mille km di binari, molti abbandonati da sessant’anni.
Dove fermano i treni - Ljubljana
Si vedono le montagne innevate là, schiacciate nella prospettiva a pochi centimetri da quel palazzo tagliato come se fosse un trampolino da salto con gli sci, come quello di Planica, vicino a Tarvisio. E’ piccola, la stazione dei treni. Otto binari, “tir” si chiamano in questa lingua incomprensibile, forse anche Parma ne ha di più. La attraverso, passo in mezzo al McDonald’s che confina con la biglietteria, e mi fermo davanti ai tabelloni degli orari. Guardo le partenze, gli arrivi non mi interessano, Postojna, Sežana, Zagabria, Belgrado, Budapest. Tempi infiniti, nove ore per arrivare in Serbia, nove per l’Ungheria, due per gli ottanta chilometri che portano quasi al confine con l’Italia, senza arrivarci. Penso che mi piacerebbe farlo, uno di questi viaggi. Nove ore per scendere a sud fino all’alfabeto cirillico, e chissenefrega se in macchina ne impiegherei poco più della metà, oppure i due giorni e mezzo per arrivare fino a Istanbul partendo proprio da qui, da Ljubljana, secondo le indicazioni di Rumiz – l’Orient Express non c’è più, ma in fondo ci si può sempre arrangiare.
Il regionale è quel treno per il quale non vale perderti nei pensieri, almeno non subito.
Perché il regionale è quel treno per il quale dopo una sola stazione rimani ipnotizzato dal cigolio delle carrozza.
In curva e non.
Il regionale è dischi usurati ed uno stridio da campioni del mondo.
Il regionale è il triplo vetro, triplo sporco: fatto dello stesso sporco delle stazioni prima.
Il regionale è quel traghettatore con quei sette denti in meno, il pendente in oro da kg. 12, l’anello con bocca di feroce felino, la barba in continua ricrescita, le marcate rughe.
Il regionale peró, non accenna smaliziato a nessun suadente “occhiolino”.
[Stefigno]
La vecchia automotrice rallenta un poco, nell’aria si diffonde un intenso aroma di caffè, quando la torrefazione lavora si sente nell’aria, se vai a Siena in auto si sentire anche dalla strada più sopra, ma da quaggiù, su quel piccolo trenino si sente ancora meglio.
Chiudo gli occhi e lo assaporo, come farei con una tazzina al bar, mentre la stazione passa lenta.
Il treno non si ferma più qua, tira dritto, come se dovesse scappare da quei capannoni brutti. Sulla sinistra il vecchio silos per la produzione di liofilizzati si fa più grande, mi ricorda che casa è vicina.
White Pass & Yukon Route
Poco (si fa per dire) più in là di dove finisce la transiberiana, il viaggio può continuare sui treni della White Pass & Yukon Route in Alaska costruita a fine ‘800 durante la corsa all’oro del Klondike (che io ogni volta che lo sento nominare penso sempre a Zio Paperone). Aggiungo una tappa ai miei viaggi sogno.
Grazie a nobordersdaily che me l’ha fatta conoscere.
Ho preso un treno per venire da te / l’ho preso sette mesi fa, sai / a maggio devo andare da lontano / e il pericolo corre lungo i binari.

Se guardate una locomotiva vedrete che ha una faccia, chi ce l’ha tozza e robusta, chi ha il naso più affusolato e nobile. Fateci caso la prossima volta che prendete un treno, andate in testa e guardatelo in faccia, capirete un sacco di cose su quel treno, come quando guardi negli occhi una persona.
Guido Volpi è un bravissimo disegnatore e illustratore, ha fatto un libro, si chiama Treni, ci sono dentro un sacco di bei disegni di locomotive rappresentate come maschere e volti, dei veri ritratti ferroviari. Se passate da Bologna potete vedere la mostra con i suoi disegni al Modo InfoShop fino al 25 di marzo, se ci passate domani potete andare a farvi fare una dedica sul suo libro in Salaborsa per il BilBolBul
Avrà qualche anno meno di me, la barba ben fatta, i capelli corti senza sbavature, per bagaglio un borsone verde militare. Parla al telefono è già la seconda telefonata, mi metto ad ascoltare mentre aspetto che arrivi il treno, si lamenta di quanto ci vuole a ritornare a casa, domenica alle 23 deve essere di nuovo in caserma. Parla con la fidanzata si capisce dal suono della voce, più dolce rispetto alla telefonata ai genitori di qualche minuto prima, più asciutta, solo un orario per farsi venire a prendere alla stazione e un “ciao mamma”. Ha la faccia affilata e le braccia muscolose, aspetta le sue poche ore di libera uscita, solo un tuffo rapido nella vita del paese, una birra con gli amici e un film con la fidanzata.
C’è il sole a Verona, sembra quasi primavera, finisce la telefonata con bacio, il nostro treno arriva lento e lento riparte verso sud.
[Fossòli-Birkenau, con l’accento tedesco sulla o, è la tratta dal campo di concentramento di Fossoli alla Juden Ramp di Oświęcim, cioè Auschwitz, che han percorso col treno in tanti, a quei tempi là, e mica per scelta. La stessa tratta da otto anni viene attraversata da centinaia di studenti delle scuole superiori, intorno al 27 di gennaio. Si parte dalla stazione di Carpi, il 25, con un sole che non sembra inverno, e si arriva la mattina successiva a Kraków-Płaszów, nella neve ghiacciata di una Polonia grigia e inospitale.]
Viaggiare in treno, su quel treno, di notte, chi l’ha già fatto lo sa, è qualcosa di magico. Sarete 550 ragazzi delle scuole e un centinaio di adulti, circa. Appena arrivati alla stazione, cercate l’agenzia di viaggio a cui si sono affidati quelli della Fondazione Ex Campo di Fossoli, vi daranno una busta con informazioni sulle tempistiche del viaggio, le visite che farete, i numeri da chiamare in caso di emergenza ma, soprattutto, vi assegneranno il posto in carrozza e sull’autobus, e sarà quello per tutto il viaggio. Alla partenza non riuscirete a stare nel piazzale, e mentre le autorità vi ricorderanno cos’è stato e cos’è questo viaggio per loro e per la collettività, uno di voi farà caso alla dimensione, all’insieme, al mucchio di persone in attesa di partire. Poi si sale a bordo e iniziano gli addii dal finestrino. (…)
(Carlo Dulinizo e il Many raccontano il loro viaggio sul treno della memoria, da leggere tutto qua: Treno della Memoria 2012, prima parte: il Treno. | No Borders Magazine)